martedì, 10 aprile 2007

Ultimamente sono tornati in voga i sequestri di persona. Da sempre l'argomento mi ha particolarmente "attratto". Ricordo ancora, nonostante fossi piccola, dei sequestri di Cesare Casella (742 giorni) e di Farouk Kassam, e seguivo gli avvenimenti con grande apprensione.

Di seguito il video della liberazione di Cesare Casella, avvenuta nel 1990.

I sequestri di persona di cui si è sentito parlare recentemente non sono, a mio avviso, così organizzati come un tempo. Sono una specie di "sequestri lampo", e i rapitori, il più delle volte,  mollano il colpo quasi subito. Per le nuove leve consiglio
questo sito, che permette di trasformare i messaggi in veri comunicati da rapitore.
Del sequestro di Augusto De Megni, che ha più o meno la mia età, non mi ricordo niente. Ecco allora come lo ricorda Pino Scaccia, noto inviato speciale di Rai1.

"La mattina che liberarono Augusto De Megni corsi all'aeroporto dell’Urbe, a Roma. Un elicottero della polizia ci aspettava per andare a riprendere il bambino. C'erano ancora i Nocs. Ma arrivati sul posto, Augusto non c'era piu'. Ricordo una corsa folle, fino a Perugia. Fuori casa De Megni c'erano giornalisti, fotografi, tante telecamere: tutte rigorosamente fuori. Io entrai sparato con l'auto della polizia. Mi ritrovai da solo in salotto con il bambino, la madre e il padre. Non ricordo, dopo tanto tempo, le parole. Ma una cosa che mi e’ rimasta dentro e’ la dolcezza di quel bambino. Un ometto. Lo aveva gia’ dimostrato nel momento piu’ duro, quello del sequestro. "Papa', tranquillo non faro' uscire lacrime, stringero' i denti" aveva detto. Era lui che tranquillizzava i grandi. Il padre non credeva a un sequestro, lui invece capi' subito: pianse solo quando incaprettarono il padre.Ricordo altre due cose. Che Augustino aveva un male terribile ai talloni: per molto tempo, dopo la liberazione, non e’ poi riuscito a camminare. E che era talmente sotto choc che non voleva andare dal presidente Cossiga. Perche' parlava sardo. Gli ricordava i rapitori.Da allora gli voglio bene.  Raccontare la storia del suo segreto, significa svelare un po’ dei segreti che ci sono intorno alla liberazione. Bisogna naturalmente cominciare dal nonno, suo omonimo. Il vecchio "Puccio" De Megni, chiese aiuto a tutti. Non era uno “qualsiasi”, ma un massone potente, gia’ gran maestro del rito scozzese e antico. Ce la mise davvero tutta. Per amore, naturalmente, ma anche perche’ si sentiva un po’ responsabile di quel sequestro. La notizia non era stata resa pubblica, ma lui sapeva che ad agosto (due mesi prima) avevano tentato di rapire Bruno Buitoni: a Perugia dunque c’era una banda scatenata. Non solo. Venti giorni prima del sequestro di Augustino (a ottobre) il nonno aveva compiuto una grossa operazione finanziaria. Ne raccontano tante sulla sua disperata ricerca di aiuto. Una delle voci piu’ accreditate porta a una grossa comunita’ terapeutica, in Umbria. Li’ c’era una ragazza uscita dalla droga figlia di un sardo della Barbagia. Il padre della ragazza decise di intervenire. L’inchiesta della procura di Palermo sta cercando di appurare se in quel frangente intervenne anche l’immancabile Luigi Lombardini mettendo a disposizione tutta la sua rete di informatori. Fatto sta che il vecchio De Megni non pago' il riscatto ma tiro' fuori in tutto ottocento milioni: trecento in beneficenza agli orfani dei poliziotti, l'altro mezzo miliardo non si sa, forse pago' l'informazione decisiva: dove stava il bambino. Arrivarono i Nocs e lo liberarono. Fu sicuramente una soffiata. Augusto De Megni fu liberato il 3 febbraio. Pochi giorni prima, il 28 gennaio, ci fu una grande cena a Perugia. Il prefetto De Marinis (ora e' morto) confido' agli amici: "Ormai sappiamo dove sta Augusto, e' come se fosse gia' libero". Oltretutto, uno di quei Nocs mi ha confidato di recente che conoscevano esattamente il punto, anche se ci misero parecchio perche’ la grotta era nascosta benissimo, dalle foglie. Quando finalmente arrivarono non ci furono reazioni. Il bambino era sotto il tiro della pistola di uno dei banditi, ma quello non sparo’. Augustino disse subito: “Lui e’ buono”. Ancora gli scrive. Dopo qualche tempo, ci furono due morti. Due sardi. Forse quelli che avevano parlato. 

 

Il sequestro.  Il rapimento era avvenuto di sera. Quattro banditi armati e con il volto coperto da passamontagna avevano fatto irruzione nella villa De Megni, alla provincia Perugia. Un'operazione rapidissima, di pochi minuti. In casa c'erano soltanto Dino De Megni e suo figlio, Augusto, dieci anni. Il padrone di casa vennelegato e imbavagliato, il bambino portato via dai rapitori. Il sequestro durò quasi quattro mesi. Un tempo interminabile per la famiglia, che interruppe a tratti il silenzio stampa, voluto sin dal primo giorno, soltanto per lanciare appelli e messaggi ai rapitori. La richiesta dei sequestratori fu di 20 miliardi di lire e arrivò solo dopo 27 giorni dal sequestro. I familiari tentarono di trattare, mentre lo Stato scelsela linea dura. Fu proprio in quei giorni che venne infatti approvato il decreto d'emergenza per il sequestro preventivo dei beni delle famiglie dei rapiti. I sequestratori, da parte loro, sanno che i De Megni potevano permettersi quella cifra. Il padre ed il nonno di Augusto, appartenevano a una delle famiglie più ricche di Perugia, possedendo addirittura una banca. Il 22 gennaio del '91 i Nocs scovano la prigione dove Augusto è tenuto prigioniero. L'irruzione nel casolare è rapida, ma uno di loro punta una pistola dritta sulla tempia del bambino. Vuole trattare, cercare un accordo, salvarsi. Passerá più di mezz'ora prima che decida di mettere giù l'arma e lasciarsi arrestare. Augusto De Megni ora è libero. Nel giro di una mezz'ora l'immagine di quel bambino, avvolto in un giubbotto troppo grande per la sua etá, finirá su tutti i telegiornali della sera. Sereno, equilibrato e composto come e più di un adulto dirá: «Sono stato trattato abbastanza bene, stavo in una piccola prigione e leggevo il giornale tutti i giorni. So che è scoppiata la guerra, ne ho discusso anche con i miei rapitori». Quattro arrestati, tutti sardi, fra essi un pericoloso latitante, ma anche Antonio Staffa, il carceriere "buono": fu lui ad opporsi al taglio dell'orecchio del bimbo, deciso dagli altri banditi ("Mi misi a piangere in ginocchio", raccontò ai giudici), e fu lui a restare più degli altri accanto al ragazzino. Il processo si concluse nel 1992 con la condanna di nove banditi sardi, di cui due dissociati, giudicati in precedenza con rito abbreviato. Per Staffa, uno sconto di pena di dieci anni. Augusto commentò: "Va bene così, era giusto toglierglieli".

 

postato da: martyna25 alle ore 15:35 | link | commenti (1)
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Commenti
#1   10 Aprile 2007 - 17:11
 
che roba brutta i sequestri..
ho sempre avuto una paura enorme da piccola...
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