giovedì, 21 dicembre 2006

Sei un personaggio famoso o facoltoso? La probabilità di ricevere una laurea honoris causa è pari a quella di trovare una sorpresa in un pacco di patatine. Cento titoli nel giro di sei mesi: tanti ne sono stati assegnati dagli atenei italiani. E il ministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi non ha digerito la cosa. Teme infatti che il titolo accademico venga svalutato. Ma dai? Noi ce n’eravamo accorti ai tempi della laurea in Scienze della Comunicazione conferito dall’Università di Urbino al pilota Valentino Rossi.

Ok, gli atenei fanno attività di p.r. scegliendo personaggi famosi, e "ricompensano" col il pezzo di carta i propri sponsor o benefattori che dir si voglia. Il dubbio è che forse qualche volta esagerano un po'.

Rispolveriamo qualche nome di "dottori vip", oltre a Rossi:
- Alberto Sordi, Scienze della comunicazione
- Francesco Guccini, Pedagogia e Scienze della Formazione
- Paolo Conte, Lettere Moderne
- Riccardo Muti, Lettere e Filosofia
- Dario Fo, Arti e Scienze dello spettacolo
- Piero Angela, sei lauree honoris causa
- Alberta Ferretti in Conservazione dei Beni Culturali
- Roberto Benigni, Lettere e Filosofia
- Marco Tronchetti Provera, Relazioni Pubbliche e Ingegneria
- Lucio Dalla, Disciplina delle Arti Musica e Spettacolo
- Vasco Rossi, Scienze della Comunicazione
- Arrigo Sacchi, Scienze e Tecniche dell’Attività Sportiva

Vi risparmio la lista infinita di politici insigniti gratuitamente del titolo. Ma sappiate che oltreoceano, l'università di New York ha pensato bene di far diventare dottore Franco Califano. I prossimi? Io scommetterei su Simona Ventura e Afef.
(tratto da blogghissimo)

postato da: martyna25 alle ore 16:22 | link | commenti (2)
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Commenti
#1   22 Dicembre 2006 - 13:55
 
a tal proposito mi permetto di aggiungere quest'articolo di beppe severgnini...



Il «dottore» non vale più


*Beppe Severgnini*,

*Voglio tranquillizzare Sara Marcon, lettrice trentenne giunta al sesto
«stage» gratuito: con la laurea in scienze della comunicazione può
ambire al posto di portiere condominiale a Roma, rispondendo a un
annuncio dell'agenzia Ad Interim («Angeli per Aziende che Contano»).
Leggo: «La risorsa si occuperà della custodia e della sorveglianza dello
stabile e curerà la pulizia di scale e pianerottoli. Requisiti: età
25/30 anni, domicilio a Roma, diploma o laurea, pregressa esperienza,
disponibilità immediata». Dimenticavo cosa offrono. «Contratto a termine
di due settimane per sostituzione».
Tranquillizzo anche i lettori: questo non è un altro articolo sui guai
dell'università italiana, che è una parola astratta. E' un articolo sui
guai degli universitari, che sono italiani in carne e ossa. Ma i ragazzi
e le ragazze devono sapere cosa li aspetta. Questo: il loro titolo di
studio avrà un valore legale ma non un valore reale. Molti di noi
speravano accadesse il contrario, ma è andata male. Solo Dostoevskij e
un capomastro saprebbero descrivere la metodica demolizione del titolo
di «dottore» in Italia. Ma proviamo comunque a cercare i responsabili,
così da poterli ringraziare.
Il primo è il sistema «3+2», che ha spinto le università a moltiplicare
i percorsi di laurea. Questo ha reso felici i docenti, ma ha aumentato
la gloriosa confusione che regna sotto il cielo accademico. In Italia ci
sono 3.028 corsi di laurea triennale, ma solo 2.923 hanno registrato
iscritti. Se ne deduce che 105 non abbiano alcun iscritto. Non è il caso
di «lingue e cultura italiani per stranieri» a Pisa: un iscritto. Scrive
«Il Corriere dell'università e del lavoro»: non avrà dovuto sgomitare
per entrare in aula. Racconta un dottorando genovese (Roberto Abram):
«L'università sta diventando un liceo più o meno tecnico, mentre la
scuola superiore è diventata una scuola media (non più rimandati, ma
debiti formativi). Non ci dobbiamo stupire se, una volta laureati, ci
offrono compensi da diplomati; né ci dobbiamo rattristare se, per avere
una preparazione universitaria, siamo costretti a fare uno o più master
e ci affacciamo tardi sul mondo del lavoro». Poteva aggiungere: questo
avviene anche negli Usa (il «college» è un liceo con un bel giardino;
poi c'è la «graduate school»). Ma in America ci sono arrivati per
scelta, non per disperazione. Un colpo al titolo di «dottore» l'ha dato
il governo - non questo, quello di prima - col Decreto legge 3/11/99, n°
509, secondo cui «le università possono riconoscere come crediti
formativi, secondo criteri predeterminati, le conoscenze e abilità
professionali certificate...» (per questo il Cepu può accantonare Del
Piero e Vieri - in sintonia con le rispettive squadre - e annunciare:
«Oggi puoi laureare la tua esperienza!»). Un'altra bottarella viene
dalle «lauree estere» come quelle rilasciate dalla Clayton University di
San Marino, che sembra americana ma non richiede l'inglese e dà un
indirizzo di Hong Kong (a Stefano Ricucci vorrei chiedere: perché un
uomo così ricco vuole un titolo tanto povero?).
Ma la spallata finale al titolo di «dottore» - diciamolo - l'abbiamo
data tutti noi: adulti e famiglie, parenti e giornali, scuola e tivù.
Noi che abbiamo fatto credere ai nostri ragazzi che nella vita bastano
un pezzo di carta e un po' di creatività; e non occorrano invece
competenze, fatica e noiosissimi numeri. Scrive Roberto Napolitano in
«Fardelli d'Italia»: quest'anno c'erano 4 mila matricole in matematica e
fisica contro 54 mila in scienze della comunicazione. Il guaio, ragazzi,
è che tra poco non c'è più niente da comunicare.
Se non una certa preoccupazione: ma, per quella, basta quest'articolo.


Dal Corriere della Sera di giovedì 29 settembre 2005 *

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#2   05 Gennaio 2007 - 11:03
 
bellissimo articolo, direi che io, da laureata in lingue e scienze della comunicazione mi sento un pò presa in causa e un pò una cretina. C'è qualcuno di voi che cerca un portiere donna, 27 anni, laureata, bella presenza??
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