giovedì, 31 maggio 2007

postato da: martyna25 alle ore 14:19 | link | commenti (1)
categorie:

IMG_3471Ho fame. Sono tremendamente affamata. Soprattutto perché ho scoperto questo sito: Tastespotting, archivio fotografico internazionale dedicato al cibo e dintorni. Ogni foto ha il link al sito di appartenenza, quindi potrete trovare tantissime ricette e curiosità.
Nella foto i ribs che tanto mi piacciono. Oggi mi sa che il mio ticket restaurant da Euro 5 non basterà.

postato da: martyna25 alle ore 12:14 | link | commenti (5)
categorie:
mercoledì, 30 maggio 2007

bolle-di-sapone

Vi siete mai chiesti perché gli innocenti contenitori dei liquidi usati dai bambini per soffiare le bolle da sapone hanno questa forma cilindrica?
Perché con un baricentro così alto è più probabile che un bambino impacciato rovesci il recipiente, costringendo i genitori a comprarne uno nuovo. Pure i divertenti giochi con la biglia, incorporati nel tappo, hanno lo stesso scopo “secondario”: far agitare il barattolo per allentare l’avvitamento del sistema di chiusura. E le bolle volano via…
grazie a www.elmanco.com

postato da: martyna25 alle ore 10:24 | link | commenti (3)
categorie:
martedì, 29 maggio 2007

postato da: martyna25 alle ore 18:01 | link | commenti (3)
categorie:
venerdì, 25 maggio 2007

12

 

postato da: martyna25 alle ore 09:30 | link | commenti (8)
categorie:
giovedì, 24 maggio 2007

piccioni

Da 1070 a 509. Dimezzati. I piccioni a Como sono sempre meno e il Comune esulta alla fine della campagna di sterilizzazione condotta negli ultimi anni. “L’obiettivo è stato raggiunto - fanno sapere da Palazzo Cernezzi - ed ora si continuerà a distribuire mais contraccettivo per altri due anni per contenere il numero di esemplari”. A Como, da tre anni, si sta applicando un piano di contenimento dei pennuti attraverso una campagna di sterilizzazione. Una decisione presa dopo un deciso sovraffollamente registrato qualche anno fa con conseguenti preoccupazioni igieniche. La diminuzione dei piccioni è decisamente più evidente in centro storico, tenuto conto che è da li che si è iniziato con il programma di somministrazione del farmaco speciale.
via Ciaocomo.it

postato da: martyna25 alle ore 16:23 | link | commenti (3)
categorie:
mercoledì, 23 maggio 2007

cFLATULENZE: IMPATTO AMBIENTALE...

Il bestiame è un fattore che contribuisce significativamente all'effetto serra, incidendo per il 20% sulle emissioni globali di metano. Meno del 10% delle emissioni totali di gas serra è prodotto dalla flatulenza degli animali. Il bestiame della Nuova Zelanda influisce al 60% sulle emissioni di gas serra del paese. Il bestiame australiano contribuisce approssimativamente al 14% nelle emissioni di gas serra dello stato.

postato da: martyna25 alle ore 09:55 | link | commenti (10)
categorie:
martedì, 22 maggio 2007

La Rai non vuole trasmettere il video della Bbc, l'inchiesta shock sui casi di preti pedofili di cui si parla in questi giorni? Rai o non Rai, il video è dovunque in Rete. Quindi, se volete vederlo, vi indico la strada.
postato da: martyna25 alle ore 11:47 | link | commenti (1)
categorie:
lunedì, 21 maggio 2007

brasile.blogÈ bionda, piccoletta, ha la pelle bianca. Il suo liceo si chiamava Dante Alighieri. Mai la si troverebbe in uno strip club di Copacabana o a braccetto con un sessantenne italiano sul lungomare di Fortaleza. Si potrebbe piuttosto incontrarla sui gradini dell'università o a far shopping con la mamma in un centro commerciale. Le memorie sessuali di Bruna Surfistinha, vero nome Raquel, non sono nemmeno una gran novità: già prostitute di mezzo mondo hanno raccontato la loro esperienza, più o meno caricandola di angoscia e aneddoti. In Brasile, invece, il diario di Raquel, campione di vendite, ha provocato un terremoto mediatico. Da qualche mese il Paese che soffre un grave complesso davanti al mondo, essere meta di un turismo sessuale senza scrupoli, ha scoperto un'altra verità. Raquel è solo la punta di un fenomeno in crescita continua, quello della prostituzione libera e consapevole (o quasi), diffusa nella classe media urbana, alla quale appartengono non solo i clienti, ma anche le ragazze. Gli stranieri famelici, per una volta, non c'entrano. Tutto è nato su Internet. Come tante ragazze, Raquel si offre su un sito corredato di foto.

Dopo pochi mesi ha un'altra idea. Decide di aprire un blog e aggiorna religiosamente il suo diario tutte le sere, a fine lavoro. Ha appena vent'anni, ma vive sola in un appartamento di San Paolo, dove riceve in media cinque clienti al giorno. Tutto è anonimo, ma le storie — assicura — sono assolutamente vere. La ragazza ha i numeri, e non solo tra le lenzuola. Scrive bene, appare sincera, racconta gli alti e bassi della professione, psicanalizza gli uomini. Dice soprattutto perché lo fa e come, senza lesinare dettagli. Il più delle volte esce soddisfatta dall'incontro: tra i suoi orgasmi e quelli degli uomini è spesso parità. C'è del marketing, senza dubbio, ma i siti paralleli dei clienti, sempre su Internet, confermano: Raquel sa quel che vuole, è brava a letto e in più intelligente.

Si raccomanda. A fine 2005, «Bruna Surfistinha» annuncia nel blog il ritiro, sempre spiegando tutto. Appende le mutandine al chiodo perché si è innamorata di un cliente e soprattutto ha messo via abbastanza soldi per poter fare altro. Molti soldi, per gli standard brasiliani: può scegliere. Inizia scrivendo un libro, intitolato «Il dolce veleno dello scorpione», come il tatuaggio che si è fatta fare sulla spalla destra. Il successo è immediato. Il blog resta aperto, ma si svuota di incontri sessuali e diventa l'agenda di una celebrità. Due, tre interviste al giorno, copertine di riviste, offerte di lavoro, fama internazionale (il top, due giorni fa, è giunto con un articolo del New York Times).

I giornali brasiliani vengono invece inondati da lettere. Le quali, sorprendentemente, non trasudano pena per la ragazza o indignazione per la sua scelta, ma preoccupazione. Bruna Surfistinha rischia di diventare un modello positivo, la prostituzione di «medio bordo» esce dai rifugi sporcaccioni e segreti di clienti e ragazze per diventare cronaca. Il diario è un resoconto di un fenomeno che esiste abbondante. Lei non se ne compiace ma conferma: «Alla mia storia sono più interessate le donne che gli uomini ». Come per dire: chi lo vuol fare, lo faccia. La proverbiale elasticità di costumi del Brasile è solo una parte della storia. Per ogni ragazzina povera, di pelle scura, che vive in favela e cerca «gringos» per sbarcare il lunario o sognare una fuga, ci sono altrettante Raquel, che hanno invaso Internet e le pagine di annunci dei giornali. Parecchie entrano ed escono dalla «professione» seguendo le moderne regole della flessibilità e alternandola con altri lavori.

I soldi, sempre abbondanti, servono a pagare gli studi all'università, a costruire una casa e rendersi autonomi dalla famiglia o a mettere in piedi una piccola attività commerciale. Solo in parte vengono spesi in vestiti, gioielli e altri oggetti di consumo. È terrore tra i genitori. Vero è che Bruna- Raquel racconta nel libro di aver avuto un'infanzia agiata economicamente, ma difficile nei rapporti con i genitori e i compagni di scuola. Ma il messaggio più forte resta quello della normalità della scelta e di come i tre anni passati ad accumulare denaro siano trascorsi lisci, con pochissimi incidenti sul lavoro e nessuna dipendenza da intermediari. Raquel è carina, ma non più di tante ragazze della sua età. Non è una mulatta da cartolina agli amici: i bianchi brasiliani tremano.
- Fonte Corriere della Sera -
postato da: martyna25 alle ore 10:14 | link | commenti
categorie:
giovedì, 17 maggio 2007

noi

Coppie intermittenti

SOCIETÀ A trent'anni hanno lavori saltuari, vivono insieme e quasi non s'incontrano. Sono i tre milioni di precari che cercano, con pochi soldi, di costruirsi un rapporto stabile
di Carlotta Mismetti Capua
Giovani, flessibili, poco occupate. Sono le coppie che vivono con buste paga precarie, lavori intermittenti, contratti temporanei. Quelli che hanno fatto dell'incertezza uno stile di vita permanente. I sociologi anglosassoni la definiscono unfixedness, l'indefinitezza cronica: abitudini, consumi, orari, scelte, lavori, residenza, tutto è transitorio. Oggi c'è, domani chissà. Così finisce che anche la vita privata diventa fragile, e quella sociale è sulle spine. Stime dettagliate sono difficili, ma sappiamo che circa due milioni e 700mila persone lavorano nella precarietà, in Italia (dati dall'ultimo rapporto Isfol 2006). Non pochi. Queste vite con l'orizzonte basso e il futuro al 30 del mese, sono più difficili di quelle delle generazioni precedenti. E fanno da apripista: ogni famiglia, ogni coppia, ogni storia è un esperimento. Marta, Sebastiano e Nino sono una famiglia flessibile. I genitori sono professionisti, ma arrancano. Per le statistiche sono un enigma, per la politica un problema. "Invece eccoci. Siamo in tre, felici e scontenti", dice Sebastiano. "Noi non siamo flessibili, siamo flessibilissimi", sbotta Marta, 33 anni, milanese trapiantata a Roma. "Io ho un contratto in Rai di quattro mesi e mezzo, poi Dio vedrà, provvederà: lavoro tutti i giorni, dalle 9 alle 18, e il bambino sta con la baby-sitter". Marta e Sebastiano sono una famiglia del ceto medio, con due stipendi da precari. Molti comfort e pochi soldi, più un figlio di un anno appena piombato nelle loro vite, Nino. Bambino adorabile ma devastante per le loro risorse economiche. Sebastiano ha fatto il suo tirocinio e ora ha uno studio d'architettura con altri colleghi: "È incredibile: dà lo stipendio a due persone nello studio, ma a fine mese il suo è magro. Insieme abbiamo 1.000-1.200 euro a testa", spiega Marta, e solo la baby-sitter, contributi inclusi, ne costa 900. L'affitto altri 1.200. Non ci fosse la mia famiglia che ci aiuta, non camperemmo. Questa è la verità". Nino intanto gioca sul tappetone, cresce, mangia, consuma. Si stima che il primo figlio impoverisca una coppia del 30 per cento, qualunque reddito abbia. Secondo le ricerche, alle coppie a reddito variabile basta il primo figlio per precipitare sotto la soglia di povertà. A Marta e Sebastiano però non è successo. "Se non siamo diventati poveri, se ce la facciamo, è solo perché le spese importanti le paga mia madre: la baby-sitter e metà dell'affitto", racconta Marta. "Tutti ti dicono che stiamo facendo un investimento per un domani più tranquillo, ma a questa età, con un figlio, non so se possiamo permetterci ancora molto tempo per gli investimenti. Sarebbe già ora di vedere i profitti...", conclude, agitata, sul divano. Per i sociologi è il cosiddetto "welfare italiano", ma Chiara Saraceno non la fa così facile: "È la famiglia che stabilisce il destino sociale di chi oggi ha 30 anni: avere una famiglia alle spalle incoraggia ad avere un lavoro, flessibile ma che fa curriculum. Purtroppo le origini sociali contano più dei voti presi all'università". Quello che definisce queste giovani coppie con occupazioni atipiche, e le rende diverse dalle coppie delle generazioni precedenti, è ciò che gli inglesi chiamano il work/life balance, il bilanciamento tra vita e lavoro, la gestione della vita quotidiana: soldi, tempo, relazioni, e il modo di tenerli insieme. E questo balance non sempre si riesce a misurarlo con le statistiche, le cifre. "L'Istat e vari altri istituti di indagine, come il nostro, danno numeri diversi tra loro", spiega Emiliano Mandrone, ricercatore dell'Isfol. "Dipende da chi si prende in considerazione. Secondo noi, i due milioni e 700mila persone che oggi vivono nella precarietà, si raggiungono mettendo dentro tutti: contratti a tempo determinato, di formazione-lavoro, interinali, apprendistati, job sharing, e anche quelli che hanno la partita Iva ma in realtà sono dei dipendenti". Mettendo insieme l'età e il tipo di contratto, l'Isfol nell'ultimo rapporto ha elaborato alcuni numeri davvero deprimenti: "L'atipicità ti fa stare in basso nella gerarchia sociale", conclude Mandrone. A "stare in piedi in mezzo all'incertezza", per dirla con un verso di Keats, Rochana ha cominciato dieci anni fa: ora ha trenta anni, tanti lavori a termine, all'Ufficio Cambi, agli Uffizi, commessa a Natale, in cassa all'Ikea. Roberto è il suo ragazzo, vivono insieme da qualche anno: lui si definisce "mezzo professionista", fa siti web e montaggio. In due stipendi fanno 1.200 euro al mese, ma resistono. "La casa però è della madre di Roberto", spiega Rochana, preoccupata più dall'incertezza del futuro che dal presente. "I problemi di oggi li tamponi, ma che faremo domani? È come un macigno, pesa addosso alla coppia", racconta. "Come se non ci fosse più spazio per altro: tutto è occupato dalla preoccupazione per il lavoro". Poi ci sono Elga ed Emilio, anche loro trentenni, ceto medio, ricercatrice lei, commerciante lui. Hanno messo su casa da poco, tre stanze (ma una l'hanno affittata) nel centro storico di Napoli, cadenti ma suggestive. L'unica cosa non Ikea che hanno comprato è il divano: rosso, di pelle, troneggia per il loro orgoglio in un salotto bianco splendente. "È il pezzo forte della casa", scherza Emilio, 34 anni, impiegato in una ditta di abbigliamento. "Non siamo più dei ragazzini", comincia a raccontare, "eppure non abbiamo niente di quello che avevano i nostri genitori alla nostra età. Né le garanzie, né le prospettive di un futuro". Emilio ha fatto già decine di lavori: istruttore in palestra, investigatore, animatore dei villaggi turistici, ambulante, impiegato in una agenzia di viaggi: tutto in nero. Il diploma dell'Istituto turistico non gli è servito granché: ora ha un contratto nel settore dell'abbigliamento, per 900 euro al mese. La sua compagna, Elga, fa più lavori: insegna all'Università di Sant'Orsola, con un piccolo contratto di quattromila euro l'anno. E il pomeriggio lavora in una galleria d'arte. "Da ragazzo non immaginavo che sarebbe andata così: pensavo meglio", confessa Emilio. "Ci manca la solidità, si vive giorno per giorno con filosofia. Magari a qualcuno può piacere: un po' "cogli l'attimo", diciamo. Però ti manca sempre la serenità, e alla fine la paghi". Di fare figli non se ne parla. "Siamo all'antica. Un figlio lo devi crescere tu: uno dei due deve stare a casa", spiega Emilio. "Per cui l'altro deve guadagnare per tutti e due. E noi non ce lo possiamo permettere". Elga, con tutti i suoi lavori, si definisce una "precaria professionista": "La mia è una incertezza economica che poi però diventa psicologica. È l'assenza di solide basi che ti destabilizza, ti fa sentire un fallito. Perché produci ma non guadagni, lavori ma non avanzi, sei adulto ma non hai un reddito fisso".


postato da: martyna25 alle ore 14:56 | link | commenti (3)
categorie:

Chi sono

Blogger: martyna25
Nome: marta

Archivio

oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Categorie

Links

Partecipano

Foto recenti

Vedi altri media

Bottoni


visitato *loading* volte