di Carlotta Mismetti Capua
Giovani, flessibili, poco occupate. Sono le coppie che vivono con buste paga precarie, lavori intermittenti, contratti temporanei. Quelli che hanno fatto dell'incertezza uno stile di vita permanente. I sociologi anglosassoni la definiscono unfixedness, l'indefinitezza cronica: abitudini, consumi, orari, scelte, lavori, residenza, tutto è transitorio. Oggi c'è, domani chissà. Così finisce che anche la vita privata diventa fragile, e quella sociale è sulle spine. Stime dettagliate sono difficili, ma sappiamo che circa due milioni e 700mila persone lavorano nella precarietà, in Italia (dati dall'ultimo rapporto Isfol 2006). Non pochi. Queste vite con l'orizzonte basso e il futuro al 30 del mese, sono più difficili di quelle delle generazioni precedenti. E fanno da apripista: ogni famiglia, ogni coppia, ogni storia è un esperimento. Marta, Sebastiano e Nino sono una famiglia flessibile. I genitori sono professionisti, ma arrancano. Per le statistiche sono un enigma, per la politica un problema. "Invece eccoci. Siamo in tre, felici e scontenti", dice Sebastiano. "Noi non siamo flessibili, siamo flessibilissimi", sbotta Marta, 33 anni, milanese trapiantata a Roma. "Io ho un contratto in Rai di quattro mesi e mezzo, poi Dio vedrà, provvederà: lavoro tutti i giorni, dalle 9 alle 18, e il bambino sta con la baby-sitter". Marta e Sebastiano sono una famiglia del ceto medio, con due stipendi da precari. Molti comfort e pochi soldi, più un figlio di un anno appena piombato nelle loro vite, Nino. Bambino adorabile ma devastante per le loro risorse economiche. Sebastiano ha fatto il suo tirocinio e ora ha uno studio d'architettura con altri colleghi: "È incredibile: dà lo stipendio a due persone nello studio, ma a fine mese il suo è magro. Insieme abbiamo 1.000-1.200 euro a testa", spiega Marta, e solo la baby-sitter, contributi inclusi, ne costa 900. L'affitto altri 1.200. Non ci fosse la mia famiglia che ci aiuta, non camperemmo. Questa è la verità". Nino intanto gioca sul tappetone, cresce, mangia, consuma. Si stima che il primo figlio impoverisca una coppia del 30 per cento, qualunque reddito abbia. Secondo le ricerche, alle coppie a reddito variabile basta il primo figlio per precipitare sotto la soglia di povertà. A Marta e Sebastiano però non è successo. "Se non siamo diventati poveri, se ce la facciamo, è solo perché le spese importanti le paga mia madre: la baby-sitter e metà dell'affitto", racconta Marta. "Tutti ti dicono che stiamo facendo un investimento per un domani più tranquillo, ma a questa età, con un figlio, non so se possiamo permetterci ancora molto tempo per gli investimenti. Sarebbe già ora di vedere i profitti...", conclude, agitata, sul divano. Per i sociologi è il cosiddetto "welfare italiano", ma Chiara Saraceno non la fa così facile: "È la famiglia che stabilisce il destino sociale di chi oggi ha 30 anni: avere una famiglia alle spalle incoraggia ad avere un lavoro, flessibile ma che fa curriculum. Purtroppo le origini sociali contano più dei voti presi all'università". Quello che definisce queste giovani coppie con occupazioni atipiche, e le rende diverse dalle coppie delle generazioni precedenti, è ciò che gli inglesi chiamano il work/life balance, il bilanciamento tra vita e lavoro, la gestione della vita quotidiana: soldi, tempo, relazioni, e il modo di tenerli insieme. E questo balance non sempre si riesce a misurarlo con le statistiche, le cifre. "L'Istat e vari altri istituti di indagine, come il nostro, danno numeri diversi tra loro", spiega Emiliano Mandrone, ricercatore dell'Isfol. "Dipende da chi si prende in considerazione. Secondo noi, i due milioni e 700mila persone che oggi vivono nella precarietà, si raggiungono mettendo dentro tutti: contratti a tempo determinato, di formazione-lavoro, interinali, apprendistati, job sharing, e anche quelli che hanno la partita Iva ma in realtà sono dei dipendenti". Mettendo insieme l'età e il tipo di contratto, l'Isfol nell'ultimo rapporto ha elaborato alcuni numeri davvero deprimenti: "L'atipicità ti fa stare in basso nella gerarchia sociale", conclude Mandrone. A "stare in piedi in mezzo all'incertezza", per dirla con un verso di Keats, Rochana ha cominciato dieci anni fa: ora ha trenta anni, tanti lavori a termine, all'Ufficio Cambi, agli Uffizi, commessa a Natale, in cassa all'Ikea. Roberto è il suo ragazzo, vivono insieme da qualche anno: lui si definisce "mezzo professionista", fa siti web e montaggio. In due stipendi fanno 1.200 euro al mese, ma resistono. "La casa però è della madre di Roberto", spiega Rochana, preoccupata più dall'incertezza del futuro che dal presente. "I problemi di oggi li tamponi, ma che faremo domani? È come un macigno, pesa addosso alla coppia", racconta. "Come se non ci fosse più spazio per altro: tutto è occupato dalla preoccupazione per il lavoro". Poi ci sono Elga ed Emilio, anche loro trentenni, ceto medio, ricercatrice lei, commerciante lui. Hanno messo su casa da poco, tre stanze (ma una l'hanno affittata) nel centro storico di Napoli, cadenti ma suggestive. L'unica cosa non Ikea che hanno comprato è il divano: rosso, di pelle, troneggia per il loro orgoglio in un salotto bianco splendente. "È il pezzo forte della casa", scherza Emilio, 34 anni, impiegato in una ditta di abbigliamento. "Non siamo più dei ragazzini", comincia a raccontare, "eppure non abbiamo niente di quello che avevano i nostri genitori alla nostra età. Né le garanzie, né le prospettive di un futuro". Emilio ha fatto già decine di lavori: istruttore in palestra, investigatore, animatore dei villaggi turistici, ambulante, impiegato in una agenzia di viaggi: tutto in nero. Il diploma dell'Istituto turistico non gli è servito granché: ora ha un contratto nel settore dell'abbigliamento, per 900 euro al mese. La sua compagna, Elga, fa più lavori: insegna all'Università di Sant'Orsola, con un piccolo contratto di quattromila euro l'anno. E il pomeriggio lavora in una galleria d'arte. "Da ragazzo non immaginavo che sarebbe andata così: pensavo meglio", confessa Emilio. "Ci manca la solidità, si vive giorno per giorno con filosofia. Magari a qualcuno può piacere: un po' "cogli l'attimo", diciamo. Però ti manca sempre la serenità, e alla fine la paghi". Di fare figli non se ne parla. "Siamo all'antica. Un figlio lo devi crescere tu: uno dei due deve stare a casa", spiega Emilio. "Per cui l'altro deve guadagnare per tutti e due. E noi non ce lo possiamo permettere". Elga, con tutti i suoi lavori, si definisce una "precaria professionista": "La mia è una incertezza economica che poi però diventa psicologica. È l'assenza di solide basi che ti destabilizza, ti fa sentire un fallito. Perché produci ma non guadagni, lavori ma non avanzi, sei adulto ma non hai un reddito fisso".